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martedì 25 ottobre 2022

Cosa sono gli origami?

ottobre 25, 2022 0
Cosa sono gli origami?

 Origami: cosa sono e le tecniche per realizzarli

Origami: cosa sono e le tecniche per realizzarli


Cosa sono gli origami, a cosa servono e come si realizzano? Mondo particolarmente affascinante, quello degli origami è fatto di carta e pieghe, ma anche di tanta simbologia. Vi sarà capitato di vederne di sorprendenti sul web o di avere la fortuna di conoscere qualcuno che è ferrato nella loro realizzazione.

Uccelli, farfalle, fiori, cani, gatti: è incredibile il numero di soggetti che è possibile fare con tale tecnica. Ma, ve ne accorgerete nel corso di questo articolo, l’origami non si riduce alla semplice piegatura della carta: è una vera e propria trasformazione della stessa. Una magia.


Origami: cosa sono e le tecniche per realizzarli
Fonte: Pexels

Cosa sono gli origami

Con origami si intende l’arte di piegare la carta. Il termine, di origine giapponese, è composto da oru (piegare) e kami (carta). La tecnica moderna sfrutta pochi tipi di piegature così come diverse combinate tra di loro per dare vita ora a soggetti semplici, ora a creazioni molto più elaborate e complesse.

A seconda di come lo si vive può essere considerato un hobby per grandi e bambini o essere inteso come un momento rilassante o impegnativo, a seconda delle proprie motivazioni. L’origami tradizionale consiste nel piegare un singolo foglio di carta quadrata, spesso avente uno dei due lati di un colore diverso, dando vita ad una “scultura”. Ma senza ricorrere a tagli, colla o altro.

Alcuni modelli non necessitano di carta fronte-retro, ma in quelli nei quali l’interno risulta visibile, utilizzandola si ottiene un risultato migliore. Il suo vantaggio è quello di rendere ai principianti le pieghe fatte più facilmente visibili.

La carta Washi è la carta tradizionalmente utilizzata nella tecnica dell’origami. Tale termine intende le carte tradizionali fatte da lunghe fibre interne di tre piante, kozo, mitsumata e gampi.

A cosa servono gli origami?

Sostanzialmente, almeno in Occidente, gli origami si realizzano per puro svago oltre che per avere il piacere di creare delle mini sculture curate nei minimi dettagli. Per molti è un passatempo creativo, ad altri permette di staccare la spina dalle attività quotidiane.

Nella cultura giapponese, molti dei soggetti che si realizzano sono legati ad uno specifico significato simbolico, e possono essere donati. Quale che sia il vostro caso, la tecnica dell’origami fa apprezzare al meglio il piacere della lentezza e permette di stimolare la propria manualità e la creatività. Dal punto di vista della psicologia gli origami hanno quindi un grande valore terapeutico.

Origami: cosa sono e le tecniche per realizzarli
Fonte: Pixabay

Storia dell’origami

La storia dell’origami non sarebbe legata esclusivamente al Giappone. A contribuire a renderla quella che è oggi sono intervenuti diversi Paesi. È il caso anche di Cina ed Europa. In quanto alla prima, sappiamo che la carta qui fu inventata intorno al 105 d.C. e la carta piegata poco dopo.

In Cina, la piegatura della carta fu una pratica comune. Ma, a differenza di quella giapponese, in Giappone si preferiva riprodurre oggetti inanimati, come semplici scatole o anche imbarcazioni.

In Giappone la carta arrivò nel VI secolo, la sua piegatura emerse come un rituale cerimoniale shintoista. Fu solo successivamente, nel periodo compreso tra il 1603 e il 1868 – il cosiddetto periodo Edo giapponese – che l’origami venne considerato un’attività ricreativa oltre che una forma d’arte.

In Giappone, però, si tendeva a realizzare maggiormente soggetti legati alla natura quali fiori e uccelli. In Giappone, inizialmente, la tecnica dell’origami prevedeva che la carta potesse essere tagliata, operazione, questa, consentita oggi nella tecnica del kirigami.

Aspetto, questo, mai adottato in Europa, dove tale tecnica molto probabilmente ebbe origine dalla piegatura dei tovaglioli, pratica popolare nel XVII secolo. Fu da questo momento che i giapponesi iniziarono a non tagliare più la carta, questo è uno dei contributi europei.

Origami significato simbolico

Dietro l’origami si nasconde un preciso significato simbolico che fa riferimento ai principi shintoisti del ciclo vitale e dell’accettazione della morte come parte di un tutto. Alla base della tecnica la “metafora del ciclo continuo della vita che nella forma di carta, trova la sua complessità ma allo stesso tempo la sua inevitabile fragilità”.

Interessante è il significato legato all’origami gru: la tradizione giapponese vuole che, se si piegano 1.000 gru di carta, ciò che si desidera avverrà.

Origami: cosa sono e le tecniche per realizzarli
Fonte: Pixabay

Origami animali, significato

Passiamo al significato di alcuni tra i più popolari animali soggetto dell’origami.

  • Gru: nel folklore giapponese, la gru è un uccello forte e maestoso che si accoppia per tutta la vita e si dice che viva per mille anni. Simboleggia l’onore, la fortuna, la lealtà e la longevità.
  • Sakana, il pesce selvatico: ammirato dai giapponesi per la sua tenacia e la sua forza, che gli permette di nuotare controcorrente fino a raggiungere la sua meta. Rappresenta determinazione e coraggio.
  • Farfalla (chocho). Rappresenta le speranze e i sogni delle giovani ragazze che stanno per diventare giovani donne.
  • Coniglio. Il coniglio, usagi, è considerato generalmente simbolo di fertilità e riproduzione da un lato, ma è anche collegato all’arrivo della primavera e al concetto di rinascita del mondo. Nella tradizione giapponese viene spesso considerato ingannevole.
  • Rana (Kaeru), tale animale è considerato simbolo di buona fortuna. Non è un caso che sia di buon augurio per coloro che stanno per intraprendere un lungo viaggio. Regalando una rana ci si vuole assicurare che quella persona torni a casa sana e salva.

Gli origami possono essere realizzati con qualsiasi tipo di carta pieghevole, ma la maggior parte degli artisti preferisce eseguire la tecnica con una specifica carta, più sottile di quella da disegno e con uno dei due lati colorato o a fantasia. Vediamo quali sono le pieghe base e quelle più elaborate dell’origami.

Pieghe a valle

È il tipo di piega più comune negli origami semplici. Viene chiamata a valle perché viene eseguita sempre verso la parte anteriore del lavoro, sul lato del foglio rivolto verso di noi. E per questo risulta sempre visibile ai nostri occhi. In sostanza, la piega a valle comporta il sollevamento del bordo inferiore della carta.

Pieghe a monte

Le pieghe a monte si ottengono piegando il bordo superiore del foglio di carta verso il basso in modo che la carta assuma la forma di una montagna. Si tratta, in pratica, dell’inverso della piega a valle. Si esegue portando l’angolo in questione sul retro del lavoro, rendendola così non visibile ai nostri occhi.

Piega a fisarmonica

Un’altra piega importante è la piega a fisarmonica, che si ottiene da una piega a valle seguita da una piega a monte. E che va a creare, per l’appunto, un effetto a zig zag che ricorda quello di una fisarmonica.

Piega a cappuccio e a soffietto

Le pieghe a cappuccio e a soffietto sono utili nella realizzazione di soggetti quali animali e uccelli in particolare. Detta anche pocket fold, la piega a soffietto si ottiene spingendo la punta all’interno dei lembi. Quella a cappuccio, nota come hold fold, si realizza al contrario, in modo che il “becco” ottenuto rimanga all’esterno.

Origami, forme base

Quanti tipi di origami esistono? Centinaia. E variano in base al livello di difficoltà e di pieghe che richiedono. Alcuni origami, quelli più difficili, sembrano veramente delle opere d’arte in miniatura. In linea di massima, le forme più comuni sono quella dell’aquilone, della girandola, del corvo.

Ma anche della scatola, della trottola, del fiore, della barca e dell’aereo.

Il trucco più amato di Halloween e' quello de La sposa cadavere.

ottobre 25, 2022 0
Il trucco più amato di Halloween e' quello de La sposa cadavere.

 

Il trucco più amato di Halloween? Quello de La sposa cadavere. Ecco come realizzarlo

Ci siamo sentite Emily un po' tutte almeno una volta. Ecco come ricreare il suo incarnato frozen e gli occhi languidi per il vostro party della notte del 31 ottobre.

La sposa cadavere trucco tutorial how to per Halloween

La sposa cadavere: personaggio irresistibile

È creata da Tim Burton nel 2005 l'icona assoluta che portiamo ancora oggi nel cuore. Perché la dolce Emily - La Sposa Cadavere la cui voce originale è di Helena Bonham Carter -, che trova pace dalle tenebre al chiaro di luna grazie all'aiuto di Victor (Johnny Depp) è tra le nostre favorite per il look da proporre nella sera di Halloween. La buona notizia è che basta una po' di trucco (e un briciolo di conoscenza su contouring e ombreggiature del volto) per trasformarsi facilmente in lei per tutta la notte. Insomma se già avete il vostro abito, è ora il momento di truccarsi con un facile tutorial che arriva da Instagram (più la variante della cantante coreana Soyou, per chi volesse personalizzare il suo look in una maniera differente).

Il miglior tutorial arriva da Instagram

Si inizia colorando l'intero volto di azzurro, pensando alla vostra miglior tecnica di applicare il fondotinta. Si passa poi alle ombre color blu notte, intorno agli occhi, sul naso e nella zona di guance e zigomi. Si completa infine con ciglia finte XXL, labbra nude e nella texture mat, e alcune crepe sul viso realizzate con l'eyeliner neroEt voilà, otterrete quel look spettrale ma dal chiaro di luna tanto agognato da Emily. Perché il trucco, qui nel video realizzato da Olivia Shadders, è semplice ma d'effetto. Lei lo completa con ciglia disegnate nella rima inferiore e sopracciglia sottili ma in extra black. Bella anche l'acconciatura: la parrucca blu è XXL ed è acconciata a mezza coda, con una corona di fiori neri in stoffa che rendono goth-chic la mise finale.


Su Instagram arriva anche Soyou

La cantante coreana, per il recente concerto di MC Mong, Monsters, Inc. - 2nd General Meeting of Shareholders: Halloween Workshop, dove era ospite speciale, ha scelto di esibirsi vestita (e truccata) da sposa cadavere. Solo che la sua versione è leggermente modificata rispetto a quella originale della Emily di Tim Burton. Soyou ha scelto di mantenere il suo incarnato, mettendo il focus sugli occhi. Uno appare sanguinante - potete ottenere lo stesso effetto usando dell'ombretto rosso reso liquido grazie a una goccia di acqua - e l'altro, più spettrale, grazie a lenti a contatto di colore bianco. Lo ha abbinato a capelli spettinati ad arte, che tanto ricordano le watery waves, e a un rossetto cremesi, reso leggermente sbavato lateralmente, per ricordare un labbro rotto.




lunedì 24 ottobre 2022

Vivere in un furgoncino è più difficile di quanto sembri .

ottobre 24, 2022 0
Vivere in un furgoncino è più difficile di quanto sembri .

 

Vivere in un furgoncino è più difficile di quanto sembri sui social

Con la pandemia è diventato un desiderio di molti, alimentato da influencer che spesso nascondono gli aspetti più scomodi e precari.


Il sogno di una vita on the road su un furgone con cui viaggiare svegliandosi ogni giorno in un posto diverso non è certo nuovo, e risale alla cultura hippie degli anni Sessanta e al successo del leggendario Volkswagen Westfalia, che ha rappresentato un mito per diverse generazioni. Da alcuni anni, questo sogno ha assunto contorni diversi e adattati all’era dei social network: lo stile di vita cosiddetto #vanlife ha guadagnato sempre più adepti e rappresenta oggi un genere a sé di contenuti.

Sono prodotti da influencer che, spesso in coppia, hanno deciso di vivere su un furgoncino o un camper rimaneggiato per avere più comodità possibili: letto, wc e corrente elettrica, ma anche pannelli solari installati sul tetto, una doccia, un po’ di spazio per portare con sé i propri averi e idealmente un angolino per appoggiare il computer e lavorare quando fuori fa brutto tempo.

Spesso i video e le foto che documentano questo stile di vita cercano di trasmettere l’idea che sia possibile per chiunque abbandonare un lavoro d’ufficio poco soddisfacente, un affitto troppo costoso e la monotonia della routine e viaggiare costantemente, spendendo poco e mantenendo una certa comodità, pagandosi da vivere con dei lavoretti da remoto, un sito Internet dove vendere i propri prodotti d’artigianato, o grazie alle sponsorizzazioni di vari marchi sui propri profili social.

La realtà però è spesso diversa: come sa chiunque abbia viaggiato in camper o abbia passato un po’ di tempo in campeggio, è necessario adattarsi a una serie di scomodità che alla lunga possono diventare difficili da sopportare, esattamente come non è per tutti vivere lontani da casa e senza un luogo fisso in cui stabilirsi. Nonostante la vita in furgone possa essere relativamente economica, sostenerla con lavori da remoto e da freelance non è semplice e può relegare a una condizione di precarietà stressante psicologicamente. La van life, insomma, non è semplice e rosea come viene descritta da molti che la fanno.

Anni fa, in un articolo sul New Yorker dedicato a questa tendenza negli Stati Uniti, Rachel Monroe aveva sottolineato come l’enorme visibilità sui social network fosse una parte centrale del fascino di questo stile di vita: «Attaccare un nome (e un hashtag) al fenomeno ha consentito a persone che altrimenti sarebbero solo vagabondi senza radici di trasformare i loro viaggi in una sorta di prodotto».

Il primo a scegliere il nome #vanlife per questo stile di vita nomade, ma molto visibile sui social network, fu il fotografo statunitense Foster Huntington nel 2011. Da allora, su Instagram i post taggati #vanlife sono diventati quasi 14 milioni. Su TikTok, i video sotto lo stesso hashtag sono stati visti 10,8 miliardi di volte.

I soggetti più frequenti di foto e video sono bellissimi paesaggi e piccoli villaggi visitati durante il proprio viaggio, scene di vita quotidiana di coppie felici che si coccolano sotto al piumone dopo una giornata di avventure, lavori manuali necessari a trasformare il furgoncino nella casa nei propri sogni, e scorci che mostrano camper immacolati, spesso arredati con lucette, piante e cuscini.

I dati mostrano che, nonostante i primi “vanlifer” abbiano cominciato a raccontare la propria vita online più di dieci anni fa, dal 2020 in poi l’idea di acquistare e rinnovare un camper o un furgoncino sia venuta a tantissime persone anche in Italia, che ha storicamente una cultura del camper molto meno sviluppata di altri paesi europei come la Germania.

Nel 2020 il sito Yescapa, specializzato nell’affitto di camper e van, aveva rilevato per la stagione estiva un aumento del 120% nelle prenotazioni rispetto all’anno precedente, sottolineando che nella maggior parte dei casi provenivano da persone che non avevano mai provato a viaggiare con questo tipo di mezzo in precedenza. In quel caso era evidente l’effetto della pandemia, che però è in parte rimasto: di recente il Sole 24 Ore raccontava delle enormi difficoltà dei produttori di camper italiani, che da una parte hanno a che fare con una richiesta senza precedenti, dall’altra non hanno i componenti per produrre tutti i camper che vorrebbero. Così, di fronte a liste di attesa di circa un anno, è cresciuto anche il mercato dei camper usati: dall’1 settembre 2021 al 30 giugno 2022 si sono registrati più di 30 mila passaggi di proprietà, un incremento del 58% rispetto all’anno precedente. Commentando questa tendenza, la direttrice dell’Associazione produttori camper Ludovica Sanpaolesi ha detto che «ormai non si trova più nulla».

Oltre a chi ha scelto il camper per viaggiare qualche settimana durante l’estate, magari per evitare la maggiore possibilità di contagio in treno o in aereo, a crescere è stato anche l’interesse nei confronti della van life come stile di vita. «La community italiana è ancora in fasce. In giro per l’Europa si trova una quantità inimmaginabile di tedeschi, ed è una cultura radicata da più tempo nei loro costumi. Noi siamo forse quelli con meno esperienza in merito. Quando ho iniziato a vivere nel mio van si potevano già vedere alcuni profili italiani dedicati alla van life, ma il vero boom è stato post pandemia», racconta l’amministratore della pagina Instagram @vanlife.italia, che condivide i contenuti di tantissimi vanlifer italiani e ha chiesto di restare anonimo.

«In moltissimi hanno iniziato ad avvicinarsi a questo stile di vita, sia per le vacanze sia come scelta alternativa alla quotidianità. Moltissimi si buttano nell’avventura e aprono un canale YouTube per raccontare i loro viaggi, altri hanno pagine Instagram e Facebook per condividere foto e pensieri».

I motivi che spingono le persone a cambiare il proprio stile di vita in modo così radicale possono essere molto diversi. «C’è chi si prepara da molto tempo ed analizza tutti i vari scenari, c’è chi decide di farlo dopo una delusione sentimentale o lavorativa. C’è chi semplicemente trasla il proprio lavoro su 4 ruote o vuole smettere di pagare affitti e bollette salatissime e decide di prendere questa via. E la gente ha capito che tutto può cambiare da un momento all altro senza preavviso: in molti sono rimasti senza lavoro, hanno dovuto cambiare abitudini e stravolgere la loro vita a causa del Covid», racconta l’amministratore della pagina.

Anche i modi per mantenersi sono più diversificati di ciò che appare dai social. «In molti immaginano che per vivere o viaggiare per lungo tempo in van si debba per forza essere influencer, youtuber o lavoratori da remoto. In molti ci provano e si buttano nel mondo social proprio per riuscire ad avere una piccola entrata in più, per poter viaggiare più a lungo», dice l’amministatore di @vanlife.italia. «Ma c’è una fetta consistente di persone che usano i social per promuovere la propria attività lavorativa, ad esempio artigianato o lavori manuali svolti a domicilio. Oppure semplicemente i social non li usa, ma è abituata a lavorare stagionalmente, ad esempio tra i filari d’uva o tra le olive, per poi viaggiare nel restante tempo libero con i soldi guadagnati».

Rossella e Michele, coppia barese che racconta la propria vita sulla strada su Instagram (dove hanno 133 mila follower), TikTok (dove ne hanno 126 mila) e YouTube (15 mila), con il nome @vangolden.van, hanno scelto di vivere in un furgoncino per inseguire il sogno di fare il giro del mondo. I due, che hanno rispettivamente 27 e 32 anni, cercavano da tempo un modo di fuggire dalla monotonia della propria vita in Puglia: Michele avrebbe voluto viaggiare con lo zaino in spalla, ma una malattia cronica non glielo permetteva.

Cominciando a cercare il proprio veicolo nel 2019 avevano optato per un vecchio furgoncino degli anni Novanta, comprato con novemila euro e trasformato in una casa su ruote con pannelli solari per la corrente e un grande serbatoio per l’acqua con altri diecimila. I soldi necessari ad allestire il furgone ovviamente cambiano di progetto in progetto: la vanlifer romana Francesca Neri, che gestisce l’account da 21 mila follower @oh_my_van, racconta per esempio di aver sistemato con circa 5.000 euro il suo, che è lungo sei metri e contiene un letto a una piazza e mezza, un frigorifero, un lavandino, un piano cottura e una doccia.

«Nel mio lavoro precedente lavoravo 10 ore al giorno per 600 euro al mese, e dopo tanto tempo il mio corpo ha ceduto per lo stress», racconta Michele di @vangolden.van. «La mia più grande soddisfazione è stato avere il coraggio di dire basta, ora seguo il mio sogno. E mi sono fatto uno schema per capire come fare a campare viaggiando. Quando qualcuno racconta che si è svegliato una mattina e ha detto “mollo tutto e parto”, non è vero quasi mai, a meno che tu non abbia già i soldi. C’è sempre bisogno di qualche mese di preparazione, anche per mettere via i risparmi».

Quando sono partiti, i due avevano messo da parte più o meno cinquemila euro per gli imprevisti e contavano nell’introito di un sito di ecommerce che Michele aveva aperto, oltre che sul lavoro da freelance di Rossella. Oggi hanno deciso di chiudere il sito di ecommerce e di provare a vendere gioielli fatti a mano, prodotti da loro.

«Al momento non guadagniamo chissà quanti soldi: siamo tra i settecento e i novecento euro al mese, ma è quanto ci basta per viaggiare ed essere felici», spiega Michele. «Nella vita quotidiana sono pochi i costi: una piccola cifra per la manutenzione del veicolo che varia a seconda di età del veicolo e quanti chilometri ha, il carburante che dipende da quanto ti sposti ogni mese. L’energia elettrica e l’acqua sono quasi sempre gratuite, ci si può rifornire nelle zone attrezzate. E abbiamo installato i pannelli solari, quindi siamo al riparo dall’aumento dei prezzi del gas, che usiamo solo per cucinare».

Durante il loro primo anno sulla strada hanno vissuto nel furgoncino per 252 giorni consecutivi. Ora si sono fermati per qualche mese per costruirne un altro, più grande ed efficiente, e raccontano i lavori in corso sui propri canali social. Le richieste di sponsorizzazione sono frequenti, ma hanno deciso di accettare solo quelle che sono coerenti con il loro stile di vita minimalista e attento all’ambiente.

Questo non vuol dire che non manchino le scomodità. Rossella, ad esempio, racconta che vivere in furgone le ha insegnato ad adattarsi a condizioni che in precedenza avrebbe considerato estreme: «Abbiamo vissuto a contatto con ragni e a volte topi, ci siamo fatti per quattro mesi la doccia all’aperto, solo con acqua fredda. Ho avuto molte difficoltà ad adattarmi, ma penso che anche questo faccia parte del viaggio».

La scomodità non è il solo limite di questo stile di vita, al di là dell’immagine patinata mostrata sui social. «Le foto più virali sembrano lussuose, ma in realtà sono inscenate. Non rappresentano davvero il modo in cui vivono i campeggiatori. Intanto, non puoi semplicemente parcheggiare il tuo furgone ovunque. Puoi viaggiarci durante il giorno, ma di notte devi essere parcheggiato in un campeggio o in un’area di sosta designata. Questi influencer si dirigono verso un bellissimo tramonto, lo fanno passare per il loro posto dove dormire e poi tornano alla realtà dei campeggi» ha scritto la vanlifer Jennifer Jennings in un sito dedicato alla comunità l’anno scorso.

Questo, sostiene Jennings, porta molte persone a sottovalutare la realtà della vita in furgone. «Molte persone fanno le loro ricerche sulla van life attraverso i social media. Vedono quanto sembra attraente, quanto sono belli i furgoni, quanto sembra facile la manutenzione», continua. Tra i vari pericoli c’è il fatto che il proprio mezzo si rompa durante il viaggio, costringendo chi ci vive a rimanere fermo per settimane se non mesi, in attesa che venga riparato.

Altri sottolineano che stare costantemente lontani dai propri affetti, senza mai rimanere fermi abbastanza da formare nuove connessioni e relazioni, ha un impatto molto pesante sulla salute mentale dei vanlifer che viaggiano soli. Il solo fatto di tenere tutti i propri averi in un furgoncino, poi, li espone a una maggior probabilità di essere derubati.

Natasha Scott è diventata famosa su TikTok per i video in cui denuncia tutte le difficoltà della vita in furgone. «Con l’aumento del costo della vita, penso che molte persone stiano cercando una via di fuga, ed è per questo che la van life è così popolare sui social media. Ma per me ha significato spendere più di quanto avrei mai potuto immaginare per ciò che era effettivamente una vita da senzatetto», ha raccontato Scott su Insider. Tra le cose che ha denunciato c’è la sensazione di pericolo costante che provava come donna che vive in un furgone e il fatto che trovare lavoro come freelance è più difficile di quanto pensasse.

Scott dice di non considerarsi una sprovveduta. «Avevo un lavoro da remoto a tempo pieno, risparmi, lavoretti e una piccola impresa, e ho creato e tracciato un piano con informazioni dettagliate su lavoretti occasionali, lavori freelance e città che trattano bene i nomadi. A pochi mesi dal mio viaggio, però, è iniziata l’inflazione e sono stata licenziata. Mi sono rapidamente iscritta a più piattaforme per freelance, ma quando ho dovuto iniziare a prosciugare i miei conti e vendere i miei effetti personali mi sono resa conto che non era lo stile di vita che mi aspettavo».

Cappotto cammello.

ottobre 24, 2022 0
Cappotto cammello.

 

Cappotto cammello, outfit e abbinamenti: adesso si indossa così

Tante idee styling per rinnovare un classico senza tempo che ora torna di moda



Creare un outfit con cappotto cammello elegante e chic non è una cosa difficile. Questo grande classico del guardaroba che non passa mai di moda è infatti molto semplice da indossare a ogni età. Ma per non cadere nella banalità spesso bastano piccoli accorgimenti. Per l’autunno inverno 2022/23 sembra poi che il camel coat sia tornato a stuzzicare la fantasia dei designer più prestigiosi. Così come la creatività delle fashion influencers. Dando un’occhiata alle immagini di sfilata e di street style si trovano un sacco di idee outfit e di trucchetti di styling per renderlo più interessante e di tendenza. Eccone cinque facilissimi da replicare.

Questo è davvero un trucco semplicissimo. Basta scegliere un cappotto cammello dalla linea a clessidra, più affusolata sul punto vita, e aggiungere sopra un corsetto o uno stringivita. Preferibilmente in un colore a contrasto. L’idea arriva dalla passerella invernale di Dior ed è tanto facile da replicare quanto vincente nel risultato. Unendo due pezzi forti delle tendenze di stagione si ottiene un outfit unico e insolito. Dove trovare il corsetto? In questo caso i negozi e le fiere del vintage sono il posto migliore.

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Outfit cappotto cammello: quello a clessidra di Dior si rinnova con un corsetto a vista.

Con maxi accessori fluo

Il colore caldo e neutro del cammello si può svecchiare in un attimo con qualche accessorio dai colori forti e vibranti, meglio ancora se fluo. Sulla passerella di COS la tinta scelta per sciarpa e borsa è l’arancio evidenziatore che si accosta benissimo al cappotto e al completo maschile cammello. In più si tratta di due pezzi dalle proporzioni oversize e questo rende il look ancora più divertente e contemporaneo, senza perdere niente in eleganza.

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Outfit cappotto cammello: accessori fluo dalle proporzioni oversize in passerella da COS.

Il total look cammello

Vestirsi da capo a piedi con lo stesso colore? Si può fare. E, se i pezzi scelti sono tutti esattamente della stessa tonalità, il risultato è strepitoso. La dimostrazione arriva dalla sfilata autunno inverno 2022/23 di Micheal Kors Collection. Qua il cappotto cammello è perfettamente coordinato al dolcevita, ai leggings e persino agli accessori. Il bello di questo total look, inoltre, è che si può poi declinare in mille versioni diverse, dalle più sporty a quelle da sera.


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Outfit cappotto cammello: la stessa identica tonalità di colore dalla testa ai piedi per Michael Kors Collection.


Color block alternativo: cammello + rosso

Ecco una delle accoppiate cromatiche più ammalianti della stagione. Il cappotto cammello abbinato a un abito rosso fuoco dà vita a un outfit super chic e d’impatto che difficilmente passerà inosservato. Proprio come ha fatto la fashion influencer e designer Viky Rader alle ultime sfilate. Accostare infatti una tonalità neutra con una accesa porta sempre a un proficuo scambio. La prima viene ravvivata e la seconda ingentilita, raggiungendo così un perfetto equilibrio. Per mantenerlo, meglio scegliere accessori classici e in colori non troppo vistosi.

outfit cappotto cammello viky Rader

Outfit cappotto cammello: alle ultime sfilate Viky Rader lo ha abbinato a un abito rosso fuoco.

Mood Anni 90, con jeans e dolcevita

Un altro modo perfetto per indossare il cappotto cammello è quello potato in passerella dalla maison Celine, Ovvero abbinarlo ad altri capi classici e minimali, prendendo spunto dagli Anni 90 e da icone di stile come Carolyn Bessette Kennedy. Bastano un dolcevita nero, un paio di jeans diritti o boot-cut e degli accessori lady-like. Come una pochette di pelle, degli stivaletti neri, un paio di occhiali da sole e un girocollo gold a catena. Facile da replicare, indiscutibilmente chic e da indossare ora e sempre.

outfit cappotto cammello Celine PO F22 004 copia

Outfit cappotto cammello: alla sfilata di celine si vira verso il minimalismo Anni 90.

domenica 23 ottobre 2022

I kitten heels, il trend più discreto ed elegante dell'autunno 2022.

ottobre 23, 2022 0
I kitten heels, il trend più discreto ed elegante dell'autunno 2022.


Le kitten heels sono le scarpe con tacco basso più raffinate e comode da provare nell'autunno 2022

In versione pump, slingback o mule, i discreti ed eleganti kitten heels appaiono sulle passerelle più prestigiose come nei look dei fashion insiders.



Ricordate le scarpe con il tacco basso che odiavate tanto da adolescenti, mentre giuravate che non avreste mai rinunciato alle vostre platform? Ebbene, nel 2022 sono tornate di tendenza, e non potremmo più farne a meno. I kitten heels – in italiano “tacchi da gattina” cioè “da ragazzina”, perché nati per abituarsi gradualmente alle altezze, e venati di un'eleganza discreta e easy – da diverse stagioni compaiono timidamente nelle sfilate di moda e nei look dei fashion insiders a seguito di un rinnovato interesse per il tacco portabile, alternativa allo stiletto fetish. 

Chanel autunno inverno 202223

Chanel autunno inverno 2022-23.


Kitten heels, l'interpretazione degli stilisti

Questo sembra essere il momento in cui la tendenza decolla davvero, e si vede ovunque. Sono modelli che ricorrono nelle ultime creazioni di brand come Tod's, Jil Sander, The Row e Abra, sia nella classica versione décolleté, che come slingback  e mules. Maria Grazia Chiuri da Dior nel 2017 ha consacrato i kitten heels con le pumps J’Adior, che ha poi ripreso anche questa stagione, mentre Virginie Viard le ha riproposte da Chanel abbinati a calzettoni di lana grossa. Anche Mango e Zara hanno inserito i kitten heels nei propri cataloghi, confermando che saranno le calzature must have dell'autunno 2022.



Dior autunno inverno 202223

Dior autunno inverno 2022-23

Lanciati negli anni Cinquanta e Sessanta – quando Roger Vivier inventa il tacco a virgola basso – e splendidamente interpretati da Audrey Hepburn e Jackie Kennedy, i kitten heels tecnicamente sono tacchi medi, fra 3,5 e 5 centimetri, sottili e ricurvi, e rappresentano uno stile femminile,  un po’ rétro e molto, molto bon ton, sia da giorno che da sera.



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Edward Berthelot/Getty Images
Kitten heels, come indossarle

Eleganti ma comodi, i kitten heels sono l'opzione ideale per gli outfit da ufficio, perché possono elevare anche lo stile più casual, dai jeans  alle gonne lunghe, e possono essere indossati per molte ore consecutive senza soffrire. Funzionano perfettamente con i pantaloni a sigaretta e con le mini. Indossati con un romantico abito da cocktail sono perfetti per una cerimonia di giorno, e abbastanza versatili per essere abbinati a look da sera.