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giovedì 27 ottobre 2022

L'aiuto dell'amore? I RICORDI

ottobre 27, 2022 0
L'aiuto dell'amore? I RICORDI

 

Ricordare i momenti felici aiuta l'amore: così la nostalgia diventa un booster per le relazioni


Secondo una ricerca, nelle memorie del passato si nasconde l'ingrediente segreto per storie d'amore felici

france   circa 1900  death so near in france   a patient receives support from her family and friends  photo by valerie wincklergamma rapho via getty images
VALERIE WINCKLERGETTY IMAGES


Secondo diverse ricerche, non ultima quella pubblicata sul Journal and Personal Relationship dal titolo Romantic nostalgia as a resource for healthy relationships, la nostalgia è un grande vettore di benessere per la coppia, che, nel ricordo dei momenti felici del passato, può ritrovare non solo un'ancora per il presente, ma anche maggiore soddisfazione nel quotidiano e più equilibrio nel legame col partner.

Le ragioni del potere benefico della nostalgia, non sempre stato d'animo ritenuto utile o positivo nella narrazione collettiva, sono da ritrovarsi nella capacità di questa emozione di ricollegarci all'altro, riportandoci da un lato a un episodio felice, dall'altro alla consapevolezza che quell'unione di intenti, quella intimità e quella magia possono essere ritrovate. Questo permette di riconnettersi all'altro anche in periodi in cui si è lontani, perché le cose della vita incombono e non si è più concentrati come una volta sul benessere di coppia.


I partecipanti allo studio, portato avanti dai ricercatori dell'Università di Manitoba in Canada, hanno reso evidente come la nostalgia possa canalizzare sentimenti positivi nel presente, in modi complementari ma intrecciati: si è più ottimisti nei confronti della relazione, più motivati nel ricreare la situazione di equilibrio del passato, nel rivalutare il partner alla luce dell'oggi. La memoria diventa un connettore tra desiderio, aspettative e potenzialità delle relazioni, dicono gli esperti, con risvolti tutt'altro che negativi sui legami sentimentali.

Potere della nostalgia

In questo senso, e non solo nella vita amorosa, la nostalgia gioca un ruolo importante: basti pensare alla predisposizione nei confronti del passato che i Millennials nutrono nei confronti della cultura pop, della moda, degli avvenimenti risalenti agli anni dell'adolescenza (nei primi anni Duemila), poi di riflesso diventati trend anche per la GenZ, che dell'estetica Y2K ha fatto un mantra intergenerazionale.

Secondo diverse indagini che hanno approfondito il valore della nostalgia ad esempio sul posto di lavoro, è evidente che il collegamento tra il sistema di valori relativo a esperienze vissute nel passato si riflette in quelle che si vivono nel presente, arricchendole: gli esperti concordano nel dire che aiutare le risorse a collegare questi due piani, anche attraverso i meccanismi psicologici proprio della nostalgia, possa evitare stati di stress o addirittura di burnout, amplificando la produttività.

Vale non solo per le task quotidiane, ma anche per i rapporti tra colleghi: proprio come nella sfera intima, ricordare e valorizzare la memoria, soprattutto se condivisa, può decisamente influenzare legami e relazioni in modo positivo, rendendole più forti, significative e stabili.




lunedì 24 ottobre 2022

I segreti di stile e le regole generali per valorizzare il FISICO A CLESSIDRA

ottobre 24, 2022 0
I segreti di stile e le regole generali per valorizzare il FISICO A CLESSIDRA

 

Fisico a clessidra: i segreti di stile e le regole generali per valorizzarlo



Vitino da vespa, spalle e fianchi della stessa larghezza e un corpo ben proporzionato? Se la descrizione coincide, si ha per certo un fisico a clessidra. Tra i più femminili e mediterranei, grazie ai profili formosi e prosperosi, è molto comune tra celebrity e star. Scarlet Johansson, Margot Robbie, Jennifer Lawrence, Kim Kardashian e Gigi Hadid hanno questa fisicità. Diventando il punto di riferimento al quale ispirarsi per outfit studiati nel dettaglio che valorizzino la propria silhouette. Jeans, vestiti, cappotti, costumi: ecco svelati i segreti di stile per la bodyshape a clessidra.

Monica Bellucci lors du Festival de Cannes le 14 mai 1997, France. (Photo by Patrick AVENTURIER/Gamma-Rapho via Getty Images)

Monica Belluccia Cannes nel 1997. L’attrice sa come valorizzare il suo fisico a clessidra con scollo a V e punto vita segnato dalla vita alta della gonna e dall’allacciatura del top incorociato.


 Riconoscere un fisico a clessidra è piuttosto semplice, anche senza dover prendere le misure. Le proporzioni, nell’insime armoniose e bilanciate, prevedono spalle e fianchi più o meno della stessa larghezza e un punto vita più stretto. Questa bodyshape appartiene a corpi alti e snelli, come ad altri più bassi e robusti. Quando ingrassa distribuisce il peso uniformemente, apparendo sempre equilibrata e in sintonia. Vantando, in ogni caso, una tra le silhouette più femminili e facili da valorizzare.

LONDON, ENGLAND - OCTOBER 08: Jennifer Lawrence is seen leaving The May Fair Hotel on October 08, 2022 in London, England. (Photo by Ricky Vigil M/GC Images)

Jennifer Lawrence, star dal fisico a clessidra, con abito nero e sandali. (Photo by Ricky Vigil M/GC Images)

Pantaloni e jeans più adatti

Più si conoscono i propri punti di forza, più è facile valorizzarli anche nella quotidianità. Must-have imprescindibile nell’armadio di celebrity (e non), i jeans sono il perfetto punto di partenza per un guardaroba su misura. Per il fisico a clessidra è meglio evitare i modelli oversize o troppo baggy, preferendovi quelli stretti sul girovita, che evidenziano la silhouette. Ai lavaggi chiari o sbiaditi si sostituiscono tele più scure, che modellino la figura. Optando, tra tutti, per jeans cropped (svasati sopra la caviglia), skinny e culotte. Ma anche modelli svasati e lunghi, perfetti per mise più eleganti, e mom jeans, per una comodità impareggiabile.

fisico clessidra pantaloni jeans

Vita alta e gamba morbida o larga: Kim Kardashian in cargo a sinistra, Ana De Armas con pantalone elegante e fluido a destra.

Costumi e beachwear

Imperativo: valorizzare le forme con modelli a balconcino abbinati slip a vita bassa, alla Brigitet Bardot, oppure in combo con culotte a vita alta, che segnano la circonferenza e modellano i fianchi.

brigitte-bardot-a-very-private-affair-1960s

L’alternativa? L’intero leggermente sgambato (Pamela Anderson vi dice qualcosa?) con la schiena nuda e il decolleté definito dal ferretto o da scollature profonde.

Vestiti e cappotti: i look

Conoscere la propria bodyshape rende molto più semplice selezionare gli abiti all’interno del proprio armadio e comporre look impeccabili. Un fisico a clessidra dovrebbe sempre preferire scollature rotonde o a V e camicette e top che sottolineano la vita. È sconsigliato indossare capi particolarmente voluminosi su spalle e fianchi, così come sul seno.

MILAN, ITALY - SEPTEMBER 26: Iris Law is seen on the front row of the Versace special event during the Milan Fashion Week - Spring / Summer 2022 on September 26, 2021 in Milan, Italy. (Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli / Getty Images )

Iris Law con crop top e vita alta: due elementi che valorizzano il fisico a clessidra.

Il segreto sta nel trovare un equilibrio perfetto, che valorizzi il proprio stile senza rinunce. I grandi alleati delle star con questa bodyshape sono i pantaloni a vita alta, che scivolano morbidi sul corpo. Gli abiti aderenti o a portafoglio, che definiscono il girovita. Per l’inverno sono da preferire i cappotti con cintura in vita, trench o a portafoglio. Mentre per l’estate i costumi a fascia o triangolo e con lo slip alto, per forme sinuose anche in spiaggia.

fisico a clessidra Margot Robbie stuns in a 3-piece suit as she signs autographs for fans while out in Manhattan. Pictured: Margot Robbie BACKGRID USA 18 SEPTEMBER 2022 USA: +1 310 798 9111 / usasales@backgrid.com UK: +44 208 344 2007 / uksales@backgrid.com *UK Clients - Pictures Containing Children Please Pixelate Face Prior To Publication*

Margot Robbie con un abito tre pezzi grigio.




La torcia di iPhone.

ottobre 24, 2022 0
La torcia di iPhone.

 

Se accendete per sbaglio la torcia di iPhone, non siete soli

Apple ha messo il tasto in un posto facile da toccare inavvertitamente, per l'imbarazzo di molti.


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Esistono due tipi di utenti di iPhone. Quelli che attivano inavvertitamente la torcia e se la tengono con la luce accesa nelle tasche, e quelli che si chiedono come mai gli capiti.

Secondo Sarah Andrew Wilson, lettrice del Washington Post e imprenditrice nel digitale, la responsabilità è in parte delle tasche, e in particolare dell’assenza di tasche nell’abbigliamento femminile. Non avendo un posto dove riporre in fretta il suo iPhone, le succede di sfiorare costantemente lo schermo con una mano mentre fa altro, e così aziona il tasto della torcia nell’angolo in basso a sinistra dello schermo.«Mi sento giudicata in silenzio. Chi mi guarda penserà che non so usare il mio telefono. Ma io ci lavoro con la tecnologia! La so usare! Sono una early adopter» dice Wilson, che ha 47 anni. «Quindi è per forza un limite del design di Apple».

Wilson non è la sola. Decine di lettori, e un numero ancora più alto di utenti di Twitter, anche giovani di 22 anni, dicono di avere problemi con la torcia.

Il tasto della torcia è mostrato sulla schermata di blocco dell’iPhone da diversi anni. Si trova sul lato opposto rispetto a un pulsante quasi identico che attiva la fotocamera, e accende la luce con una leggera pressione. E la torcia accesa inavvertitamente può scaricare la batteria del telefono, abbagliare qualcuno o semplicemente essere fonte di imbarazzo (i nostri suggerimenti su come correre meno il rischio sono in fondo all’articolo). Apple non ha voluto rilasciare commenti sulla questione.

Per risalire alle cause del problema, ho chiesto a delle persone di farmi vedere come prendevano in mano e riponevano il telefono. Quelli che non hanno problemi con la torcia sono quelli che stanno attenti a non toccare il vetro, premurandosi di tenere lo smartphone dai bordi, come si fa con i CD. La maggior parte dei possessori di iPhone a cui capita di accendere la luce afferra il telefono da sopra e da sotto, come se non fosse un grosso pezzo di vetro sensibile al tatto.

Il problema sembra riguardare tutte le fasce di età. Tori Daniels, 25 anni, dice di aver inavvertitamente acceso la torcia per anni: di recente entrando in una stanza buia ha realizzato che il suo iPhone nella tasca posteriore la stava illuminando. Secondo Daniels più che un errore dell’utente è un problema del posizionamento dei pulsanti da parte di Apple. «È paragonabile a quando ti trovi con la cerniera abbassata. L’imbarazzo è relativo. È più una cosa che ti fa dire, “Oddio, ma quante altre volte mi sarà capitato?”» dice Daniels.

Zain Jaffer, 34 anni, non ama sentirsi dire dagli estranei che ha la torcia accesa. «Mi sembra che la maggior parte lo dica in tono condiscendente. Si scapicollano per venirmi a dire “Scusi signore… ha la torcia accesa” e poi si allontanano con un sorriso compiaciuto. Me la vivo un po’ come l’equivalente di quando guidi e ti suonano il clacson».

Drew Turner, 40 anni, non pensa che le persone lo giudichino se ha la luce accesa, ma gli dà comunque fastidio se gli dicono qualcosa. Tiene il telefono nella tasca posteriore, spesso puntando inconsapevolmente la torcia su tutti. «Mi pare un problema solo mio, dato che non sembra accadere a tutti. Però non capisco cosa faccio di diverso» dice.

La questione di fare cose inavvertitamente con i cellulari vanta una ricca storia, a partire dalla familiare chiamata partita per sbaglio. Chiamare qualcuno senza volerlo non accade più tanto spesso da quando hanno inventato il blocco schermo. Ora però sui nostri smartphone attiviamo altre cose. Divya Goel, 25 anni, dice che quello della torcia è un problema diffuso nel suo gruppo di amici. Ma la torcia non la preoccupa tanto quanto la videocamera, che una volta ha registrato un’intera conversazione di 10 minuti dalla sua tasca. «Questa è una cosa po’ più inquietante» dice. Un altro problema comune fra i possessori di iPhone è l’accidentale attivazione dell’SOS emergenze, che può verificarsi tenendo premuto il pulsante laterale troppo a lungo.

La torcia accesa per sbaglio, però, sembra mettere in difficoltà i più, forse perché la conseguenza è così visibile. In molti detestano a tal punto la sensibilità del comando da aver escogitato metodi personali per spegnere la luce: alcuni bypassano del tutto lo schermo e per spegnerla usano Siri («Ehi, Siri, spegni la torcia»). Per disattivare rapidamente la torcia, Michael Wong, 29 anni, fondatore di una start-up di realtà virtuale, attiva la fotocamera. «Scorro un po’ verso destra e la torcia si spegne. È molto più facile scorrere un po’ verso destra che tenere premuto a lungo il pulsante della torcia» suggerisce.

Soluzioni per accendere di meno la torcia

  • Modifica la pressione richiesta: vai su Impostazioni → Accessibilità → Tocco → Tocco aptico. Imposta la durata del tocco su «Lunga».
  • Disattiva «Tocca per attivare»: vai su Impostazioni → Accessibilità → Tocco. Disattiva la funzione Tocca per attivare.
  • Disattiva «Alza per riattivare»: vai su Impostazioni → Schermo e luminosità. Disattiva la funzione Alza per attivare.
  • Tieni il cellulare in modo diverso: afferra sempre il telefono dai lati e fai come se lo schermo fosse sempre acceso.
  • Procurati una custodia a portafoglio per iPhone: sono disponibili in versioni rigide che ricoprono lo schermo impedendo un accesso immediato alle sue funzioni.



Vivere in un furgoncino è più difficile di quanto sembri .

ottobre 24, 2022 0
Vivere in un furgoncino è più difficile di quanto sembri .

 

Vivere in un furgoncino è più difficile di quanto sembri sui social

Con la pandemia è diventato un desiderio di molti, alimentato da influencer che spesso nascondono gli aspetti più scomodi e precari.


Il sogno di una vita on the road su un furgone con cui viaggiare svegliandosi ogni giorno in un posto diverso non è certo nuovo, e risale alla cultura hippie degli anni Sessanta e al successo del leggendario Volkswagen Westfalia, che ha rappresentato un mito per diverse generazioni. Da alcuni anni, questo sogno ha assunto contorni diversi e adattati all’era dei social network: lo stile di vita cosiddetto #vanlife ha guadagnato sempre più adepti e rappresenta oggi un genere a sé di contenuti.

Sono prodotti da influencer che, spesso in coppia, hanno deciso di vivere su un furgoncino o un camper rimaneggiato per avere più comodità possibili: letto, wc e corrente elettrica, ma anche pannelli solari installati sul tetto, una doccia, un po’ di spazio per portare con sé i propri averi e idealmente un angolino per appoggiare il computer e lavorare quando fuori fa brutto tempo.

Spesso i video e le foto che documentano questo stile di vita cercano di trasmettere l’idea che sia possibile per chiunque abbandonare un lavoro d’ufficio poco soddisfacente, un affitto troppo costoso e la monotonia della routine e viaggiare costantemente, spendendo poco e mantenendo una certa comodità, pagandosi da vivere con dei lavoretti da remoto, un sito Internet dove vendere i propri prodotti d’artigianato, o grazie alle sponsorizzazioni di vari marchi sui propri profili social.

La realtà però è spesso diversa: come sa chiunque abbia viaggiato in camper o abbia passato un po’ di tempo in campeggio, è necessario adattarsi a una serie di scomodità che alla lunga possono diventare difficili da sopportare, esattamente come non è per tutti vivere lontani da casa e senza un luogo fisso in cui stabilirsi. Nonostante la vita in furgone possa essere relativamente economica, sostenerla con lavori da remoto e da freelance non è semplice e può relegare a una condizione di precarietà stressante psicologicamente. La van life, insomma, non è semplice e rosea come viene descritta da molti che la fanno.

Anni fa, in un articolo sul New Yorker dedicato a questa tendenza negli Stati Uniti, Rachel Monroe aveva sottolineato come l’enorme visibilità sui social network fosse una parte centrale del fascino di questo stile di vita: «Attaccare un nome (e un hashtag) al fenomeno ha consentito a persone che altrimenti sarebbero solo vagabondi senza radici di trasformare i loro viaggi in una sorta di prodotto».

Il primo a scegliere il nome #vanlife per questo stile di vita nomade, ma molto visibile sui social network, fu il fotografo statunitense Foster Huntington nel 2011. Da allora, su Instagram i post taggati #vanlife sono diventati quasi 14 milioni. Su TikTok, i video sotto lo stesso hashtag sono stati visti 10,8 miliardi di volte.

I soggetti più frequenti di foto e video sono bellissimi paesaggi e piccoli villaggi visitati durante il proprio viaggio, scene di vita quotidiana di coppie felici che si coccolano sotto al piumone dopo una giornata di avventure, lavori manuali necessari a trasformare il furgoncino nella casa nei propri sogni, e scorci che mostrano camper immacolati, spesso arredati con lucette, piante e cuscini.

I dati mostrano che, nonostante i primi “vanlifer” abbiano cominciato a raccontare la propria vita online più di dieci anni fa, dal 2020 in poi l’idea di acquistare e rinnovare un camper o un furgoncino sia venuta a tantissime persone anche in Italia, che ha storicamente una cultura del camper molto meno sviluppata di altri paesi europei come la Germania.

Nel 2020 il sito Yescapa, specializzato nell’affitto di camper e van, aveva rilevato per la stagione estiva un aumento del 120% nelle prenotazioni rispetto all’anno precedente, sottolineando che nella maggior parte dei casi provenivano da persone che non avevano mai provato a viaggiare con questo tipo di mezzo in precedenza. In quel caso era evidente l’effetto della pandemia, che però è in parte rimasto: di recente il Sole 24 Ore raccontava delle enormi difficoltà dei produttori di camper italiani, che da una parte hanno a che fare con una richiesta senza precedenti, dall’altra non hanno i componenti per produrre tutti i camper che vorrebbero. Così, di fronte a liste di attesa di circa un anno, è cresciuto anche il mercato dei camper usati: dall’1 settembre 2021 al 30 giugno 2022 si sono registrati più di 30 mila passaggi di proprietà, un incremento del 58% rispetto all’anno precedente. Commentando questa tendenza, la direttrice dell’Associazione produttori camper Ludovica Sanpaolesi ha detto che «ormai non si trova più nulla».

Oltre a chi ha scelto il camper per viaggiare qualche settimana durante l’estate, magari per evitare la maggiore possibilità di contagio in treno o in aereo, a crescere è stato anche l’interesse nei confronti della van life come stile di vita. «La community italiana è ancora in fasce. In giro per l’Europa si trova una quantità inimmaginabile di tedeschi, ed è una cultura radicata da più tempo nei loro costumi. Noi siamo forse quelli con meno esperienza in merito. Quando ho iniziato a vivere nel mio van si potevano già vedere alcuni profili italiani dedicati alla van life, ma il vero boom è stato post pandemia», racconta l’amministratore della pagina Instagram @vanlife.italia, che condivide i contenuti di tantissimi vanlifer italiani e ha chiesto di restare anonimo.

«In moltissimi hanno iniziato ad avvicinarsi a questo stile di vita, sia per le vacanze sia come scelta alternativa alla quotidianità. Moltissimi si buttano nell’avventura e aprono un canale YouTube per raccontare i loro viaggi, altri hanno pagine Instagram e Facebook per condividere foto e pensieri».

I motivi che spingono le persone a cambiare il proprio stile di vita in modo così radicale possono essere molto diversi. «C’è chi si prepara da molto tempo ed analizza tutti i vari scenari, c’è chi decide di farlo dopo una delusione sentimentale o lavorativa. C’è chi semplicemente trasla il proprio lavoro su 4 ruote o vuole smettere di pagare affitti e bollette salatissime e decide di prendere questa via. E la gente ha capito che tutto può cambiare da un momento all altro senza preavviso: in molti sono rimasti senza lavoro, hanno dovuto cambiare abitudini e stravolgere la loro vita a causa del Covid», racconta l’amministratore della pagina.

Anche i modi per mantenersi sono più diversificati di ciò che appare dai social. «In molti immaginano che per vivere o viaggiare per lungo tempo in van si debba per forza essere influencer, youtuber o lavoratori da remoto. In molti ci provano e si buttano nel mondo social proprio per riuscire ad avere una piccola entrata in più, per poter viaggiare più a lungo», dice l’amministatore di @vanlife.italia. «Ma c’è una fetta consistente di persone che usano i social per promuovere la propria attività lavorativa, ad esempio artigianato o lavori manuali svolti a domicilio. Oppure semplicemente i social non li usa, ma è abituata a lavorare stagionalmente, ad esempio tra i filari d’uva o tra le olive, per poi viaggiare nel restante tempo libero con i soldi guadagnati».

Rossella e Michele, coppia barese che racconta la propria vita sulla strada su Instagram (dove hanno 133 mila follower), TikTok (dove ne hanno 126 mila) e YouTube (15 mila), con il nome @vangolden.van, hanno scelto di vivere in un furgoncino per inseguire il sogno di fare il giro del mondo. I due, che hanno rispettivamente 27 e 32 anni, cercavano da tempo un modo di fuggire dalla monotonia della propria vita in Puglia: Michele avrebbe voluto viaggiare con lo zaino in spalla, ma una malattia cronica non glielo permetteva.

Cominciando a cercare il proprio veicolo nel 2019 avevano optato per un vecchio furgoncino degli anni Novanta, comprato con novemila euro e trasformato in una casa su ruote con pannelli solari per la corrente e un grande serbatoio per l’acqua con altri diecimila. I soldi necessari ad allestire il furgone ovviamente cambiano di progetto in progetto: la vanlifer romana Francesca Neri, che gestisce l’account da 21 mila follower @oh_my_van, racconta per esempio di aver sistemato con circa 5.000 euro il suo, che è lungo sei metri e contiene un letto a una piazza e mezza, un frigorifero, un lavandino, un piano cottura e una doccia.

«Nel mio lavoro precedente lavoravo 10 ore al giorno per 600 euro al mese, e dopo tanto tempo il mio corpo ha ceduto per lo stress», racconta Michele di @vangolden.van. «La mia più grande soddisfazione è stato avere il coraggio di dire basta, ora seguo il mio sogno. E mi sono fatto uno schema per capire come fare a campare viaggiando. Quando qualcuno racconta che si è svegliato una mattina e ha detto “mollo tutto e parto”, non è vero quasi mai, a meno che tu non abbia già i soldi. C’è sempre bisogno di qualche mese di preparazione, anche per mettere via i risparmi».

Quando sono partiti, i due avevano messo da parte più o meno cinquemila euro per gli imprevisti e contavano nell’introito di un sito di ecommerce che Michele aveva aperto, oltre che sul lavoro da freelance di Rossella. Oggi hanno deciso di chiudere il sito di ecommerce e di provare a vendere gioielli fatti a mano, prodotti da loro.

«Al momento non guadagniamo chissà quanti soldi: siamo tra i settecento e i novecento euro al mese, ma è quanto ci basta per viaggiare ed essere felici», spiega Michele. «Nella vita quotidiana sono pochi i costi: una piccola cifra per la manutenzione del veicolo che varia a seconda di età del veicolo e quanti chilometri ha, il carburante che dipende da quanto ti sposti ogni mese. L’energia elettrica e l’acqua sono quasi sempre gratuite, ci si può rifornire nelle zone attrezzate. E abbiamo installato i pannelli solari, quindi siamo al riparo dall’aumento dei prezzi del gas, che usiamo solo per cucinare».

Durante il loro primo anno sulla strada hanno vissuto nel furgoncino per 252 giorni consecutivi. Ora si sono fermati per qualche mese per costruirne un altro, più grande ed efficiente, e raccontano i lavori in corso sui propri canali social. Le richieste di sponsorizzazione sono frequenti, ma hanno deciso di accettare solo quelle che sono coerenti con il loro stile di vita minimalista e attento all’ambiente.

Questo non vuol dire che non manchino le scomodità. Rossella, ad esempio, racconta che vivere in furgone le ha insegnato ad adattarsi a condizioni che in precedenza avrebbe considerato estreme: «Abbiamo vissuto a contatto con ragni e a volte topi, ci siamo fatti per quattro mesi la doccia all’aperto, solo con acqua fredda. Ho avuto molte difficoltà ad adattarmi, ma penso che anche questo faccia parte del viaggio».

La scomodità non è il solo limite di questo stile di vita, al di là dell’immagine patinata mostrata sui social. «Le foto più virali sembrano lussuose, ma in realtà sono inscenate. Non rappresentano davvero il modo in cui vivono i campeggiatori. Intanto, non puoi semplicemente parcheggiare il tuo furgone ovunque. Puoi viaggiarci durante il giorno, ma di notte devi essere parcheggiato in un campeggio o in un’area di sosta designata. Questi influencer si dirigono verso un bellissimo tramonto, lo fanno passare per il loro posto dove dormire e poi tornano alla realtà dei campeggi» ha scritto la vanlifer Jennifer Jennings in un sito dedicato alla comunità l’anno scorso.

Questo, sostiene Jennings, porta molte persone a sottovalutare la realtà della vita in furgone. «Molte persone fanno le loro ricerche sulla van life attraverso i social media. Vedono quanto sembra attraente, quanto sono belli i furgoni, quanto sembra facile la manutenzione», continua. Tra i vari pericoli c’è il fatto che il proprio mezzo si rompa durante il viaggio, costringendo chi ci vive a rimanere fermo per settimane se non mesi, in attesa che venga riparato.

Altri sottolineano che stare costantemente lontani dai propri affetti, senza mai rimanere fermi abbastanza da formare nuove connessioni e relazioni, ha un impatto molto pesante sulla salute mentale dei vanlifer che viaggiano soli. Il solo fatto di tenere tutti i propri averi in un furgoncino, poi, li espone a una maggior probabilità di essere derubati.

Natasha Scott è diventata famosa su TikTok per i video in cui denuncia tutte le difficoltà della vita in furgone. «Con l’aumento del costo della vita, penso che molte persone stiano cercando una via di fuga, ed è per questo che la van life è così popolare sui social media. Ma per me ha significato spendere più di quanto avrei mai potuto immaginare per ciò che era effettivamente una vita da senzatetto», ha raccontato Scott su Insider. Tra le cose che ha denunciato c’è la sensazione di pericolo costante che provava come donna che vive in un furgone e il fatto che trovare lavoro come freelance è più difficile di quanto pensasse.

Scott dice di non considerarsi una sprovveduta. «Avevo un lavoro da remoto a tempo pieno, risparmi, lavoretti e una piccola impresa, e ho creato e tracciato un piano con informazioni dettagliate su lavoretti occasionali, lavori freelance e città che trattano bene i nomadi. A pochi mesi dal mio viaggio, però, è iniziata l’inflazione e sono stata licenziata. Mi sono rapidamente iscritta a più piattaforme per freelance, ma quando ho dovuto iniziare a prosciugare i miei conti e vendere i miei effetti personali mi sono resa conto che non era lo stile di vita che mi aspettavo».

domenica 23 ottobre 2022

Al via la campagna di tesseramento di Assoinfluencer, la prima associazione italiana di categoria.

ottobre 23, 2022 0
Al via la campagna di tesseramento di Assoinfluencer, la prima associazione italiana di categoria.

 

In Italia nasce il sindacato degli influencer e content creator, ma cosa farà di preciso?



Nonostante lo scetticismo e il pregiudizio di chi ancora si chiede se sia o meno una professione, l'influencing è un lavoro vero e proprio. Un mercato che in tutto il mondo muove miliardi, la punta dell'iceberg di un nuovo marketing, quello che si sviluppa sui social, che sta progressivamente scalzando il modo più tradizionale di fare pubblicità. Come si legge su Ansa, secondo i dati presentati nel report Brand & Marketer dell'Osservatorio Nazionale Influencer Marketing (Onim), oltre il 50% delle aziende italiane ha attivato campagne di influencer marketing (IM) nel 2021. Una categoria sempre più ampia quella degli imprenditori digitali che avrà ben presto il suo sindacato anche in Italia per "tutelare interessi e diritti degli influencer e dei creator in un mercato ancora non regolato".

I numeri sono chiari e non fraintendibili. Gli influencer in Italia sono 350mila persone per un valore di mercato di 280 milioni di euro (+15% nel 2021 rispetto all'anno precedente secondo i dati di DeRev Lab). Nel mondo si parla di un business di 14 miliardi (basti pensare all'impero social del clan Kardashian-Jenner), dati che servono a inquadrare l'entità del panorama. Per supportare da un lato e regolamentare dall'altro questa categoria professionale in ascesa, ma ancora poco tutelata sul piano legale, è nata, da un'idea degli avvocati Jacopo Ierussi e Valentina Salonia, Assoinfluencer, la prima associazione italiana di categoria, inserita nell’elenco delle Associazioni Professionali del ministero dello Sviluppo Economico, che ha l’obiettivo di rappresentare e tutelare istanze e interessi di influencer e content creator.


sindacato influencer cos e

L'associazione, che ha mosso i primi passi a livello istituzionale nel 2018, si appresta a lanciare la sua campagna associativa aperta a rappresentare le diverse figure professionali riconoscibili come influencer e content creator, dagli youtuber ai podcaster, dagli streamer agli instagrammer e fino ai cyber atleti. "Quella dell'influencer è una figura nuova e che cambia tanto rapidamente quanto il mondo dei media", le parole del presidente di Assoinfluencer Jacopo Ierussi, "i creator possono essere artisti e imprenditori, atleti e divulgatori, ma sono sempre professionisti, capaci di produrre valore attraverso competenze e strumenti specifici. E in quanto professionisti, in un mercato ancora non regolato, ciò che fino ad oggi è mancato è esattamente una realtà che ne tutelasse diritti e interessi: Assoinfluencer è nata proprio per rispondere a questa esigenza".

Per la prima volta in Italia i creator saranno rappresentati da un'associazione sindacale "a testimonianza del crescente riconoscimento della loro professionalità e del loro ruolo nel mondo della comunicazione e del marketing". L'inizio di una nuova era?